• Il vertice di Bruxelles: una maratona che spacca

    Quello che apparentemente sembrava un incubo politico e giuridico-procedurale, ha comunque lasciato soddisfatti tutti i leader (salvo il britannico David Cameron) all’esito della massacrante maratona notturna durata ben 11 ore, che è anche riuscita a fare “accalorare” Mario Monti. A spiegare tale paradosso, pare sia stato proprio il premier italiano, ricordando, con rammarico per la defezione della Gran Bretagna, che ora «ci sarà più coesione tra i Ventisei». Ventisei, un numero che non corrisponde all’Unione Europea e che segna la spaccatura clamorosa emergente dall’incontro dei leader. Con l’accordo i paesi miravano ad una zona euro di stabilità fiscale, di governance rafforzata, ma anche di crescita più elevata, con maggiore competitività e coesione sociale.

    In questo intento, l’Europa dovrà fare a meno della Gran Bretagna, unico paese dell’Unione Europea che non ha sottoscritto l’accordo salvaeurofirmato dagli altri 26 Stati. Questo isolamento britannico ha dato così nascita ad un’intesa come quella di Schengen, priva delle forza di un trattato, trasformatosi in un accordo intergovernativo sulla disciplina finanziaria che si andrà ad aggiungere al Trattato UE. Il Premier Cameron, non ravvisando nessun interesse per la Gran Bretagna, nelle offerte presentate durante il vertice,  ha individuato quattro motivi principali che hanno generato il suo rifiuto per le regole europee sui mercati finanziari : primo, la salvaguardia della sovranità e dell’indipendenza, che con un accordo di unione fiscale e di bilancio con regole comuni e sanzioni per chi sgarra, verrebbero minate: l’obbligo, tra l’altro, ad avere il pareggio di bilancio come norma costituzionale con possibilità di sfiorare non oltre lo 0,5%; secondo, Cameron non vuole la tassa sulle transazioni finanziarie: non firmando l’accordo, la City, diventerà un vero “paradiso fiscale” per quanti fanno molte operazioni, in genere gli speculatori; terzo, Londra prende le distanze dall’euro: nonostante i vantaggi della moneta unica, mantenere la sterlina permette di avere le mani libere su svalutazione e quantità di moneta in circolazione;  quarto, il patto sottoscritto, di fatto, affosserebbe la crescita tanto per la Gran Bretagna quanto soprattutto per quei paesi già prossimi alla recessione, così riferendosi anche all’Italia, dato che le regole rigidissime a cui si dovrà sottostare obbligheranno a trovare risorse aggiuntive. E Monti dove le pescherà? Il sospetto britannico è che avrà bisogno di mettere le mani nelle tasche altrui, perché le riforme, anche se drastiche, difficilmente faranno ripartire il Pil nel brevissimo termine.

    Sempre secondo fonti britanniche, il sì al nuovo Trattato dei 17 Paesi aderenti alla moneta unica più altri nove dell’Ue, 26 su 27 dunque, fa fare un passo avanti verso un’unione fiscale e un bilancio comune ma non è detto che sia risolutivo per la salute dei conti pubblici di Stati come la Gran Bretagna. Il cuore dell’intesa di Bruxelles è la nuova, più rigorosa unificazione di bilancio, in base alla quale, nel caso di sforamento del vincolo del 3% del deficit sul Pil, scatteranno “sanzioni automatiche” contro il paese che viola le regole. Una decisione simile potrebbe essere evitata solo in presenza della contrarietà della “maggioranza qualificata di Stati membri della zona euro”. Emerge dunque una “interferenza politica” ai meccanismi automatici. I Paesi, se d’accordo, possono sgarrare ed evitare le sanzioni. Inoltre viene stabilita la “regola aurea” per cui i Paesi non potranno avere un deficit strutturale annuo superiore al 0,5% del Pil, limite che dovrà essere introdotto nelle Costituzioni nazionali o in leggi equivalenti. C’è dunque un margine tollerato. L’accordo, infine, prevede oltre all’accelerazione di un anno dell’entrata in vigore del fondo di salvataggio permanente (luglio 2012) e la dotazione dell’Fmi di 200 miliardi di euro per aiutare i Paesi in crisi, anche il rafforzamento dei due fondi di salvataggio e il loro mantenimento in parallelo fino alla metà del 2013, con l’idea di creare una sorta di “firewall” che freni il contagio e possa salvare, se necessario, le economie più grandi. L’Esm, il Fondo permanente, porterà in dote 500 miliardi di euro, e probabilmente non avrà una licenza bancaria come chiedeva la Francia. Tra le novità maggiori, emerge il fatto che la Bce agirà per conto del Fondo salva Stati al fine di indirizzarlo e che in futuro, il coinvolgimento dei privati nel Fondo salva Stati verrà introdotto sulla base delle regole pratiche dell’Fmi.

    In un clima di scontri e paradossi come lo dimostrano le regole europee, da un lato, nemiche per la Gran Bretagna, e dall’altro salvatrici per Bruxelles, in quanto via obbligata non solo per uscire dalla crisi, ma anche perché non si possa ripetere, nasce così l’Europa a 17+, ovvero un’ Eurolandia allargata con i sei paesi non-Eurozona che hanno già accettato (Polonia, Danimarca, Lituania, Lettonia, Bulgaria e Romania). Svezia e Repubblica Ceca probabilmente lo faranno, ma devono prima consultare i loro Parlamenti. L’Ungheria deve ancora ufficializzare la sua posizione.

    Il nuovo accordo sul rafforzamento della disciplina di bilancio sarà fatto, quindi, tra i 17 stati membri dell’area dell’euro e da altri sei paesi (Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Danimarca) che sono al di fuori dell’unione monetaria.

    Il tutto nel giorno in cui i 27 firmano il Trattato di adesione della Croazia, che dal primo luglio 2013 diventerà il 28/o paese dell’Unione. Sempre che, allora, non ci siano state uscite.

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